ItalianiLiberi, 21 Novembre 2000

Nel giugno del 1996 Ida Magli e io pubblicammo un libro-intervista (Baldini&Castoldi) dal titolo "Per una rivoluzione italiana". Vi si esaminavano i problemi della politica, della scuola, della sanità ecc. da punti di vista talmente originali (per merito dell'intervistata) che il volume cadde in un pauroso silenzio. Però, come si vede dal capitolo terzo, che ripubblichiamo con il permesso dell'editore, a fare paura era soprattutto la novità delle interpretazioni magliane, come quelle sull'Europa, oggi diventate attuali.

Si noterà anche che a quei tempi difendevo l'Europa, con i più banali argomenti ancora oggi in uso: non me ne vergogno affatto, all'antieuropeismo sono arrivato comunque in anticipo, grazie a un eccellente maestro e dopo averci pensato bene.

Giordano Bruno Guerri 
 
 

PER UNA RIVOLUZIONE ITALIANA

Capitolo terzo:  L'INTEGRITA' CULTURALE
 
 

Giordano Bruno Guerri
Hai detto che "la logica degli uomini segue le stesse strade" in ogni Paese. Però hai scritto anche che "il popolo è un Io", e che ogni popolo ha una sua identità.

Ida Magli
In genere il concetto di popolo è stato collegato con il territorio, oppure con la lingua, oppure con la struttura dello Stato. La religione, invece, non è stata quasi mai riconosciuta come un tratto costitutivo di un popolo, tranne che per gli ebrei. L'Occidente ha dato sempre rilievo, come fatto primario, alla storia politica - battaglie, papi, re - e mai alla religione, sempre considerata un fattore che accompagna un popolo, non che lo costruisce. E' stata l'antropologia dei popoli "altri" ad avere messo in rilievo la religione, sia pure senza definirla come vera e propria religione ma piuttosto magia, feticismo ecc. Invece ogni religione è una cultura, una visione del mondo, e quindi un popolo va definito prima di tutto in base alla sua religione.

Affermo che un popolo è un Io proprio perché alcune delle strutture indispensabili alla formazione della personalità di un individuo sono le stesse indispensabili alla struttura della personalità di un popolo. Per esempio, un individuo difficilmente è pensabile senza una sua convinzione riguardo alle persone care che ha perso, al rivederle nell'aldilà; ossia senza sentimenti sui rapporti che ha con gli altri e con la morte.

Allo stesso modo un individuo difficilmente è pensabile senza consapevolezza di sé, senza il suo vedersi al centro del passato e del futuro. Succede lo stesso per lo spazio: ognuno di noi vede il mondo collegato geograficamente intorno al punto dove risiede. Temporalmente il 1996 è l'anno che stiamo vivendo, contando dalla nascita di Cristo, che è il passato in rapporto a noi. Spazialmente ci consideriamo al centro di tutto il resto del territorio, che sarà a nord o a sud, a est o a ovest rispetto a noi: non c'è differenza fra la propria casa per un individuo e il proprio Paese per un popolo. Infine è fondamentale la lingua, costitutiva dell'individuo come di un popolo.

Dunque un popolo è un Io perché possiede tratti che lo identificano come una "personalità", e gli permettono di creare e di far sussistere - malgrado il passaggio delle generazioni - dei legami fra tutti gli individui appartenenti allo stesso gruppo. Per quanto oggi in Occidente questo bisogno di continuità con le altre generazioni sia molto ridotto, tuttavia l'individuo non riesce a pensarsi, a collocarsi nella storia, se non conosce almeno i suoi stretti ascendenti, anche soltanto un solo genitore, come difficilmente sopporta di non avere un figlio. E' il motivo (che non ha nulla a che fare con l'affetto, retoricamente invocato dalla commozione della nostra società di "buoni") per cui un figlio di ignoti non si dà pace nel tentativo di rintracciare la madre, e molte coppie sterili vogliono un figlio a tutti i costi: senza riferimenti nel passato e nel futuro l'individuo non riesce a dimostrare di esistere.

Quasi tutti questi tratti sono (o diventano) simultaneamente sia biologici sia culturali. Pensiamo alla mimica, che appartiene alla fisicità e tuttavia è dettata da un insieme di atteggiamenti acquisiti culturalmente. Konrad Lorenz e altri etologi hanno fatto molte ricerche per individuare una somiglianza mimica, in determinate situazioni, fra l'uomo e altre specie animali. L'espressione del dolore fisico, per esempio, si riconosce subito in molte specie, anche se in questo caso la somiglianza è in parte condizionata dalla percezione simile dello stimolo doloroso. Mentre l'insieme normale e stabile dell'atteggiamento mimico è sicuramente culturale: parlare in fretta, gesticolare molto, appaiono i tratti distintivi degli italiani perché la mimica è così contagiosa che l'individuo l'assume senza volerlo, sia che la tragga da una famiglia sia che la tragga da un popolo. Si dice persino che le coppie di sposi vissute insieme per molti anni alla fine si somigliano: è la "plasticità biopsichica" di cui parla Franz Boas, uno dei più grandi antropologi, purtroppo conosciuto pochissimo in Italia.

Facciamo un altro esempio: quando un italiano arriva in Svezia, anzitutto lo colpisce che parlano tutti sottovoce. La verità è che non parlano sottovoce ma che, siccome noi parliamo a voce più alta, ci sembra che loro parlino sottovoce, mentre è il loro tono normale. Basta questo per capire come ogni giudizio sia relativo alle culture; ma anche come sia difficile non equivocare nei rapporti interculturali: ci accorgiamo più difficilmente di quanto qualcuno sia arrabbiato se - contrariamente a noi - non alza la voce quando litiga: cosa certo pericolosa, perché non saremo in grado di valutare se sta per aggredirci. Su questi problemi gli antropologi hanno accumulato moltissimi materiali di ricerca che, ovviamente, i nostri politici ignorano.

GBG
Fatta questa premessa possiamo affrontare due problemi: l'immigrazione e il nostro rapporto con l'Europa. Cominciamo dai cosiddetti extracomunitari. La mia fin troppo facile impressione è che per la maggior parte della gente siano degli invasori, sgradevoli, antipatici, e che quasi soltanto le autorità - politici, intellettuali, Chiesa - dimostrino tolleranza e apertura.

IM 
Soprattutto la Chiesa. L'ansia distruttiva della Chiesa nei confronti dell'Italia la spinge a incitare a tutti i costi le autorità italiane e l'opinione pubblica ad accogliere gli immigrati. Certo, la Chiesa non è consapevole di questa motivazione profonda, che ritengo sia anche dovuta all'odio contro le donne italiane che adesso, per la prima volta, non le obbediscono, le sfuggono. Nel mondo islamico le donne sono del tutto sottomesse all'autorità del padre o del marito, vivono in funzione della casa e della procreazione. Rappresentano insomma quel perno della stabilità della famiglia che la Chiesa ha sempre ritenuto indispensabile per una ordinata società cristiana e che Wojtyla invoca ormai ogni giorno, condannando tutto quello che la pone a rischio. In questo improvviso entusiasmo per l'Islam la Chiesa è sicuramente fiancheggiata dagli uomini di punta dell'Occidente, perché il femminismo - anche se apparentemente accettato in nome dell'uguaglianza - ha lasciato e lascia troppi conti in sospeso nel rapporto tra i sessi. 

Gli italiani, in genere, sopportano male l'immigrazione, anche perché non possono discutere il problema nei suoi termini reali, accuratamente nascosti e mistificati nel consueto meccanismo della falsità. A impedire una valutazione obiettiva delle emozioni, dei sentimenti, delle motivazioni dei cittadini scattano immediatamente, infatti, il tabù del razzismo da una parte, la carità piagnona dall'altra. Si verifica così una specie di razzismo alla rovescia, un'etichetta pregiudiziale che cataloga e definisce i cittadini senza ammettere verifiche e riscontri. Anche in questo caso perciò, come sempre in Italia, si scontrano due "fedi".

Gli extracomunitari sono visti come invasori dalla maggior parte degli italiani perché qualsiasi specie difende il proprio territorio. Nella specie umana, per di più, il territorio non è soltanto indispensabile alla sopravvivenza biologica, ma è anche un tratto costitutivo della sua identità di "popolo". Quindi se supero i confini di quel territorio, invado quel popolo. Non è vero che l'invasione avviene solo se il numero degli stranieri è talmente grande da sopraffarli. Anche se il numero è modesto, come nel caso degli zingari, può scattare l'insofferenza. Ognuno di noi si sente invaso se entra in casa anche una sola persona estranea non invitata. Infatti la legge italiana è severissima su questo: nessuno, neanche un poliziotto se non è autorizzato, può entrare in una casa. Costringere gli italiani a non temere invasioni è una vera e propria violenza psicologica, sociale e culturale: anche per la configurazione territoriale aperta da tutti i lati tranne il nord, e la storia di invasioni continue dalla fine dell'Impero romano all'ultima guerra.

GBG
Però ci sono delle distinzioni spontanee di cui si deve tenere conto: nessuno ha mai avuto da ridire sull'arrivo massiccio dei filippini. E' perché rispetto ai mussulmani hanno una cultura più simile alla nostra, in quanto cattolici?

IM
Probabilmente è per questo. Ma anche perché arrivano per prime le donne, che comunque appaiono meno pericolose, a parte il fatto che assolvono a una funzione che in Italia non vuole più svolgere nessuno, quella del servizio domestico. Ormai la cultura occidentale si muove verso il modello svedese, dove il servizio domestico è proibito. Neanche le famiglie più ricche se lo permettono, e non si possono fare lavori domestici per altri, neanche a titolo amichevole. Inutile dire che, se non fosse una "democrazia socialista" a imporlo, tutti si accorgerebbero della incredibile dittatura che viene esercitata e della tacita ma feroce vendetta contro la libertà delle donne, che infatti lavorano come pazze in Svezia perfino di più che negli altri Paesi europei.

La cura del corpo è la più bassa, la più umiliante, tanto che vi sono sempre stati adibiti gli schiavi, oltre alle donne. In Italia le figure più "basse" sono state sempre le "serve" (ritenute, insieme alle infermiere, poco diverse dalle donne di malaffare): per questo nessuno lo vuole fare anche se è un lavoro ben retribuito. Tuttavia non si vuole esplicitare neanche il motivo, tanto è ancora imbarazzante, dolorosa, umiliante, la storia che lo riguarda: il "servizio del corpo".

GBG
Quindi l'immigrazione è sentita come invasione problema soprattutto in base a chi arriva: in questo caso i mussulmani.

IM
Non è proprio così, perché qualsiasi inserimento estraneo è sentito come trauma: e solo in base alle motivazioni l'uomo accetta o non accetta anche i traumi. Durante la seconda guerra mondiale la maggioranza degli italiani ha desiderato e atteso lo sbarco delle truppe americane reprimendo lo spontaneo senso di smarrimento di fronte all'invasione. Naturalmente c'è anche il fatto che il pericolo non si percepisce nella sua gravità fino a quando non c'è una numerosità stabile e tale da diventare visibile: anche se fossero molti tedeschi, molti inglesi a comprare la casa e a stabilirsi in Italia, svilupperemmo ostilità contro di loro.

Comunque à vero, gli italiani sentono come invasore proprio il mussulmano: in gran parte perché è facilmente riconoscibile, perché è povero e perché ha una cultura diversa dalla nostra. Non solo terribilmente diversa ma anche superata: il mussulmano in realtà è un uomo dell'Antico Testamento, fermo a un'epoca prima di Cristo, sebbene Maometto sia vissuto cinque secoli dopo Cristo. E ci sta fermo davvero: anche gli ebrei stanno fermi all'Antico Testamento, però si sono occidentalizzati quanto alla modernizzazione della vita; le donne israeliane fanno il servizio militare, sono del tutto equiparate agli uomini, e così pure le ebree americane o quelle tedesche. In molti Paesi mussulmani invece la legislazione è ancora quella del taglione, quella dell'Antico Testamento. Tagliano le mani ai ladri, fustigano in piazza gli omosessuali, lapidano le adultere Tutte cose che in passato abbiamo fatto anche noi e che - proprio perché le abbiamo superate trovandole sbagliate e ingiuste - oggi ci ripugnano. Suscitano minore ostilità religioni del tutto estranee come il buddhismo o l'induismo, perché non ci mostrano quella nostra stessa faccia che con tanta fatica abbiamo ripudiato.

In Occidente si è presa l'abitudine di chiamare "integralisti" tutti quei gruppi che, per ragioni religiose, compiono gesti che a noi appaiono eccessivi, irrazionali o violenti. Ma si tratta di un errore macroscopico, dettato da quel che ci piacerebbe fossero le religioni: tutte belle, buone e accettabili. In realtà una religione è sempre integralista, ossia "assoluta", perché si fonda su una fede. E il mondo occidentalizzato non è integralista soltanto perché non è più "religioso" nel senso vero del termine. Ci sono ebrei non credenti che continuano a fare la circoncisione perché rappresenta un sigillo etnico, di appartenenza di gruppo, non soltanto religioso. Ma il mussulmano non credente è difficile trovarlo. E' inutile illudersi: l'islamico non è né fanatico né non fanatico. E' islamico, ossia è credente. Come eravamo credenti noi quando facevamo le crociate.

Insomma, è impensabile che una religione forte - e quella islamica è forte - si subordini al cristianesimo, dato che il cristianesimo è una religione sui generis e in definitiva debole, perché troppo simbolica. E' una religione che ha permesso, sia pure dando soltanto i primi input, l'itinerario dell'Occidente, ossia il cammino verso la laicità. Dunque l'unica speranza per noi è tenere i mussulmani il più possibile a distanza. Anche perché, pur volendo tenere conto di sentimenti umanitari - ai quali comunque non credo - l'Italia non può salvare il mondo. E' un'idea predicata solo dalla Chiesa, come se dipendesse da noi la salvezza di miliardi di poveri... D'altra parte non ha senso salvarne uno, salvarne due, salvarne dieci, quando ci sono miliardi di esseri umani che non possiamo "salvare".

GBG
Affronteremo questo problema. Ma, intanto, lo Stato cosa dovrebbe fare? La legislazione sugli extracomunitari viene giudicata o troppo debole o troppo dura, comunque non accontenta nessuno.

IM
E' indispensabile una legislazione rigida per fare in modo che almeno non ne arrivino troppi. Ripeto: gli islamici sono una popolazione forte, con una religione forte, che non possono in alcun modo essere integrati nel nostro contesto (come in nessun altro contesto: vedi l'esempio francese), anche se lo volessero, ma naturalmente non lo vogliono. L'integrazione è impossibile già al livello, che sarebbe indispensabile, delle leggi: perché il Corano è un codice sia civile sia religioso. Questo rende l'islamismo fortissimo e immodificabile, perché un testo sacro non lo si può manipolare secondo i bisogni. Questo significa anche che tutto quello che noi abbiamo così duramente conquistato nel corso della storia, ossia l'affermazione di un'etica scissa dal sacro, è incompatibile con la loro visione del mondo. Noi non dobbiamo imporre a loro la nostra: è una cosa che abbiamo fatto in passato ed era una violenza gravissima. Ma proprio perché sappiamo bene a quali irrimediabili conflitti si va incontro, abbiamo il dovere e il diritto di prevenirli.

Oltretutto tra le religioni monoteiste quella islamica, essendo radicata nel pensiero dell'antichità, è più vicina alla sensibilità dei popoli meno sviluppati culturalmente. Per questo in Africa nel confronto tra cristianesimo e islamismo, vince l'islamismo. Il cristianesimo ha inglobato le due massime creazioni del mondo greco-romano, la filosofia e il diritto, ed è quindi troppo colto, troppo complesso per popoli così poco allenati alla riflessione sistematica. L'islamismo invece corrisponde, almeno per gli aspetti di affidamento rituale e magico, a certi loro atteggiamenti culturali, perciò è immediatamente comprensibile.

GBG
Insomma, sarebbe conveniente non accogliere molti mussulmani. Si può essere d'accordo sulla convenienza, ma un provvedimento che discrimini gli uomini in base alla religione andrebbe contro la Carta dei Diritti dell'Uomo, il diritto internazionale, la Costituzione...

IM
Gli islamici, nei loro Paesi, non rispettano la Carta dei Diritti verso le donne, quindi non hanno diritto a imporre a noi - venendo in Italia - di non rispettarla a nostra volta. Anzi, questo dovrebbe essere esplicitamente il motivo dell'Italia, e dell'Occidente, per rifiutare l'accoglienza. Anche in base alla Costituzione i governi hanno il dovere di difendere il nostro territorio. E difenderlo, oggi, non significa certamente soltanto difenderlo dalle aggressioni armate. Lo Stato italiano tradisce i cittadini quando protegge gli immigrati - perfino i clandestini - con normative troppo blande, perché ha garantito la difesa del territorio della nazione, che oggi viene invasa "pacificamente". Lo Stato ha garantito la proprietà individuale: ma imporre la presenza degli zingari, addirittura usando la polizia contro i cittadini residenti come stanno facendo alcuni sindaci - sapendo bene che la loro caratteristica culturale è proprio quella di non rispettare la proprietà - è tradire i cittadini.

Dove vanno a finire gli infiniti salamelecchi alla democrazia in cui siamo soliti sprofondare? Non so immaginare quale orrore, quale mobilitazione susciterebbe un governo politico che osasse imporre ai sudditi la privazione dei più importanti diritti sociali e perfino dell'integrità fisica, come avviene presso diverse popolazioni musulmane africane con le mutilazioni sessuali femminili. Le mutilazioni, quelle sessuali in particolare, sono estranee alla cultura europea fin dalle epoche più primitive che conosciamo. I romani, che conoscevano la mutilazione del pene attraverso gli Ebrei, ne avevano orrore. Le mutilazioni imposte alle donne, con la clitoridectomia e la cucitura della vagina (chiamata, per ragioni di evitazione linguistica, infibulazione), sono però di una gravità che non ha confronto con la circoncisione. E, sebbene si cerchi di tenerle nascoste, l'Organizzazione Mondiale della Sanità calcola che le donne mutilate siano attualmente circa 90 milioni.

L'infibulazione è un problema molto vivo già in Francia, anche se non si ama parlarne e i giornali danno risonanza solo alla questione dello chador; ma lo diventerebbe presto anche in Italia. Se ne discusse, sia pure molto confusamente, durante il governo Craxi. C'era chi sosteneva che siccome lo Stato italiano garantisce a tutti le cure sanitarie, le USL avrebbero dovuto operare anche la clitoridectomia e l'infibulazioneà

GBG
L'obiezione che molti oppongono è: se non li aiutiamo noi, lo fanno lo stesso e senza precauzioni igieniche o tecniche mediche. In Somalia, Etiopia, Egitto, lo Stato proibisce quelle pratiche: ma per evitare che vengano fatte in casa, in condizioni disastrose, molti medici occidentali che lavorano negli ospedali del posto le eseguono con l'anestesia, gli strumenti sterilizzati, la camera operatoria e suturazioni che danneggino il meno possibile.

IM 
Mi sembra una scelta inaccettabile: è la loro cultura, mi batto per cambiarla, ma se non ci riesco non sarà loro complice neanche a fin di bene: non bisogna mai accettare il principio per cui il fine giustifica i mezzi. E' come se dicessi: non accetto la condanna a morte però, siccome si soffre meno con l'iniezione che con l'impiccagione, allora ti faccio l'iniezione.

Comunque, non bisogna mai dimenticare che ogni cultura è un tutto, con una sua logica interrelata di significati, di valori, di comportamenti: non si può né esportare né importarne un pezzo senza tutto il resto. Di conseguenza lo scontro sarebbe inevitabile. Proprio perché rientra nell'ambito di un progetto scientifico fare previsioni, anche se a lungo termine, il problema dell'immigrazione va visto anche e soprattutto in funzione delle difficoltà che creerà inevitabilmente in futuro.

Ad esempio, nella nuova legge sugli extracomunitari si riconosce il diritto al ricongiungimento con i familiari. Ma siccome la legge italiana ammette una sola moglie, è stato stabilito che il musulmano che ne avesse più d'una ne potrà far venire una sola: non è giusto. E cosa faremo quando troverà la moglie con l'amante e - in base ai suoi diritti - l'ammazzerà?

GBG
Lo si condannerà: ogni Paese fa rispettare il proprio codice penale agli stranieri.

IM
D'accordo: ma gli si farà un tremendo torto culturale, come loro lo farebbero a noi se, nei loro Paesi, ci condannassero "giustamente" alla fustigazione per avere bevuto alcool. Per questo ogni popolazione ha il suo territorio e per questo - anche - ogni popolazione dovrebbe rimanere nel suo territorio.

So bene che queste considerazioni appaiono durissime all'abituale retorica del "vogliamoci bene" e dello "spirito di tolleranza", ma il problema è sempre lo stesso: la specie umana è contraddistinta dal sistema logico, prodotto dall'encefalo, e sussiste solo per l'attività di questo sistema. In base a questo giudizio-guida, la tolleranza del vogliamoci bene diventa necessariamente l'abbattimento delle differenze. Ossia, per non incorrere nella "contraddizione" che di per sé renderebbe inutilizzabile il sistema logico, è il sistema logico stesso a indurre al non-giudizio: eliminare le differenze. Infatti senza differenze è impossibile qualsiasi tipo di valutazione. Perciò la strada sulla quale cammina la specie umana è quella, convergente, del proprio annientamento attraverso l'annientamento delle differenze su due fronti: sul fronte biologico l'eliminazione delle barriere immunologiche poste dal DNA; sul fronte encefalico-cognitivo l'eliminazione dei dati di giudizio. Questa convergenza, in campi così apparentemente lontani l'uno dall'altro, è invece soltanto la prova che nella direzione verso la quale si muove la cultura non sono possibili contraddizioni.

Anche lo scienziato è frutto dell'attività encefalico-cognitiva che caratterizza la specie umana, quindi non può fare altro che enunciare i termini logici in cui si manifesta la condizione della specie: spera, affidando un'enunciazione come questa alla capacità logica degli uomini, che la specie cambi direzione, in modo da sopravvivere. E' un suo diritto in quanto organismo biologico, ma anche la sua ribellione alla vittoria finale della stupidità.

GBG Allora andiamo fino in fondo: se è un problema di territorio e di cultura, che ne sarebbe degli zingari?

IM
Non possono essere considerati aggressori perché sono poco numerosi, e perché la loro è una cultura etnica, non fondata sulla religione, quindi non tendono a esportarla; tuttavia è il loro stesso modo di vivere che è diventato intollerabile per gli italiani. Il problema è che non si integrano mai. E' una cosa veramente fuori della ragione. Non si può chiamarli "nomadi" quando stanno da quarant'anni fissi in una città, ma si ostinano a fingersi nomadi pretendendo di vivere in una casa con le ruote. E' assurdo, e la specie umana non sopporta tutto quello che è assurdo.

GBG
E' nomade il popolo che si sposta da un posto all'altro impossessandosi di quello che trova: proprio perché è nomade non riconosce il concetto di proprietà, che costringe a essere stanziali. Ancora oggi gli zingari vivono di furto, anche se non si può dire. Quindi bisogna costringerli a integrarsi?

IM
Sicuramente si può porre loro l'alternativa: o tornare nelle nazioni di provenienza o accettare il principio di realtà. Del resto sarebbe nel loro interesse, perché vivono male.

GBG
Però anche la loro è una cultura.

IM
Certo che è una cultura, ma esiste il dramma delle culture finali, delle culture che muoiono, anche se non sappiamo ancora perché. Quella degli zingari è morta. Infatti non produce niente: anche gli ebrei spesso non si integrano, ma la loro è una cultura viva. Proprio perché è viva, conservano alcuni temi per loro essenziali e si fanno le loro scuole, i loro ospedali ecc.; però accettano il lavoro, la tecnologia, si adattano alle regole politiche principali del luogo dove vivono.

GBG
Sono quasi sempre d'accordo con te, ma non su questa tenace difesa del territorio e della cultura. Amo l'idea di un internazionalismo e di uno scambio continuo di culture che finirà per mischiare tutti i popoli di un mondo in cui - per forza - prevarranno gli usi, le culture, le tecniche migliori per l'uomo.

IM
L'internazionalismo non è possibile, perché è antivitale per la specie. Le specie hanno bisogno delle differenze: l'ha affermato perfino Claude Lèvi-Strauss, innamorato delle culture che siamo abituati a definire come primitive. Le culture non si devono omogeneizzare, perché senza differenze la natura muore. Sai immaginarti un mondo in cui tutti i cani - è un esempio minimo, ma lo faccio perché apprezziamo le varie razze - siano uguali? Per la specie umana è la cultura che stabilisce la differenza; non la pelle, il pelo, o l'altezza.
L'umanità ha bisogno di stimoli: nelle culture primitive l'uguaglianza non permette lo sviluppo individuale, e quindi la creatività. Lo stesso è accaduto con il marxismo radicale nell'Est: culturalmente i Paesi sovietici non hanno prodotto quasi nulla.

GBG
Ma è inevitabile che - con l'integrarsi delle economie, la velocità degli spostamenti, la comunicazione via computer - si arrivi prima o poi a rendere simili la vita e la cultura di quasi tutto il pianeta.

IM
No, non ci si arriverà, a meno che la specie non abbia deciso di uccidersi. Cosa che a me pare probabile. Per fortuna però la specie umana può sempre correggersi, grazie all'attività cerebrale che le permette di ragionare. Il pericolo esiste soprattutto perché i potenti non vogliono che i popoli ragionino.

GBG
Ma si ha l'impressione che l'unione europea non interessi agli italiani, nonostante sondaggi di opinione poco credibili. E' un tema che non è entrato nelle coscienze, anche se stampa e politici ne parlano retoricamente. Non soltanto gli italiani non si sentono europei, ma anche il nostro Parlamento è sempre l'ultimo a recepire le direttive comunitarie. Come vedi la nostra posizione e il nostro futuro in Europa?

IM
E' vero che gli italiani non l'hanno mai sentita: prima di tutto come "problema", ossia come qualcosa su cui riflettere. In secondo luogo come "sentimento" cui in qualche modo aderire. Credo che questo atteggiamento sia vero non soltanto per l'Italia ma per tutti i Paesi europei. Sono stati i leader, i detentori del potere, i politici, a ritenerlo importante. Per quanto riguarda gli italiani, i politici hanno puntato sull'Europa (più o meno consapevolmente) perché, non essendoci una forte identità nazionale italiana, si potesse superare il problema della non appartenenza nazionale creando quella europea.

GBG
Mi sembra un'ipotesi ottimistica: ci sarebbe già un pensiero "alto". L'idea dell'Europa unita è nata nel dopoguerra soprattutto per motivi politico-militari-economici, come difesa dallo strapotere sovietico e americano. Oggi si tratta più che altro di una questione economica, di interesse.

IM
Ho sempre l'impressione (però è solo un'impressione) che i politici intuiscano le cose anche quando non sono intelligenti. La volontà di mantenere il potere aguzza l'ingegno, li spinge a percorrere strade che li rafforzano. Questo spiega anche perché in genere arrivano al potere persone mediocri, mentre quelle veramente intelligenti non ci riescono. Oppure, anche se ci arrivano, dopo un po' lo lasciano, o si fanno lasciare. Essere molto intelligenti non è utile per dominare la gente.

I politici inoltre si rafforzano tra politici. Anche per l'Europa hanno ragionato così: mi aggancio alle istituzioni degli altri Paesi attraverso l'Europa, il Parlamento europeo, le commissioni europee, e rafforzo il mio potere. Le motivazioni economiche non sono quelle reali, anzi sono negative per tutti i popoli. L'avere accentrato il mercato europeo ha portato più danni che vantaggi a tutti, ma soprattutto all'Italia. Se si escludono due o tre grosse industrie che hanno interesse a un mercato che però è mondiale, non soltanto europeo, per il resto le piccole aziende, agricole o industriali, fanno benissimo da sé il proprio scambio commerciale.

Quanto agli aspetti politico-militari, i popoli europei si sono sempre dilaniati: non c'è un popolo d'Europa che non abbia fatto la guerra contro gli altri, o che non si sia momentaneamente alleato a uno per far meglio la guerra a un altro. E siccome la memoria storica è genetica (anche la cultura si eredita) non c'è bisogno di conoscerla o di averla vissuta. Gli inglesi odiano i francesi, i francesi odiano i tedeschi e così via: noi, più o meno, abbiamo sempre odiato tutti. Perciò l'appartenenza all'Europa come comunità che superi le singole nazionalità, non soltanto è utopica, ma assolutamente impossibile da raggiungere.

GBG
Tralasciamo l'economia e la storia, che ci portano troppo fuori tema. Da quello che hai detto sugli extracomunitari - l'Europa non ti dovrebbe convincere soprattutto dal punto di vista antropologico, dello scambio culturale.

IM
Infatti sono convinta che si tratta di un grave errore. Tutti i Paesi europei percepiscono l'immigrazione come fonte di problemi irrisolvibili; noi però, a causa della nostra più fragile coscienza di identità nazionale, saremo più facilmente distrutti da questo impatto...

GBG
Scusa, ti interrompo perché frasi come "noi saremo distrutti" sanno di nazionalismo. A me il fatto che l'Italia scompaia come forma nazionale non dà alcun fastidio, se questo serve a integrarci in una grande comunità più ricca, più civile, migliore. Non sento la bellezza dell'italianità, come non sento quella della giapponesità o della marocchinità. Conta l'individuo, e conta che tutti stiano meglio.

IM
Prova a metterla così: se domani ti dicessero che non sei più Giordano? Ecco: un popolo è come un Io. L'individuo, da solo, non può sopravvivere. Ha bisogno del gruppo. Un gruppo però, per essere tale, ha a sua volta bisogno di distinguersi come gruppo. Non si può pensarsi, sentirsi gruppo in mezzo ad altri cinque miliardi di uomini o a comunità di centinaia di milioni di uomini che si vuole rendere gruppo con un trattato.

GBG
Non avverrebbe di colpo, trattato o non trattato, e non sarebbe una perdita d'identità ma una lenta trasformazione d'identità, un reciproco assorbire dall'altro, come avviene nei matrimoni, nei gruppi piccoli. In definitiva, non ci sarebbe una perdita ma un cambiamento: e, per noi, probabilmente benigno.

IM
Le integrazioni avvengono con assimilazione dei deboli da parte del gruppo culturale più forte. E' il motivo per il quale, ad esempio, esistono le lingue nazionali pur sussistendo i dialetti. Però non siamo mai riusciti a fare vivere l'esperanto. L'inglese è diventato una lingua dominante perché gli Stati Uniti sono culturalmente e politicamente i più forti, ma una lingua uguale per tutti - come sarebbe l'esperanto - non può vivere. Quello che accade per la lingua, che è uno dei fenomeni fondamentali per riconoscere il comportamento della specie umana, così accade per tutto il resto. E fa bene la Francia a difendere il francese, perché in questo modo difende un patrimonio con il quale ha prodotto. Siccome i valori della specie umana non sono quelli della sopravvivenza biologica - ma la produzione del pensiero, delle arti, della filosofia, della scienza - allora difendere un patrimonio creativo non significa detestare gli altri o sentirsi superiori.

Sentirsi obbligati all'uguaglianza è un pregiudizio tipico della nostra epoca. Se si pensa sempre bene di tutti, in realtà non si ha rispetto neanche per se stessi.

GBG
Non intendevo "pensare bene", ma prendere il meglio dagli altri: riprendendo le tue ultime parole, il popolo italiano non ha molto di che rispettare se stesso. Forse avremmo da guadagnare assorbendo di più dai francesi, dai tedeschi, dagli olandesi.

IM 
Il punto è la solita insicurezza degli italiani, un'insicurezza di tipo storico-politico. I detentori del potere hanno permeato gli italiani di questa insicurezza, convincendoli che l'unica cosa importante sono i potenti, nei confronti dei quali sono dunque costretti a riconoscersi deboli. La forza degli italiani è la loro produzione culturale, ma gli italiani non vi si identificano, perché tutti i potenti, a cominciare ovviamente dalla Chiesa, l'hanno impedito. Basterebbe pensare che si esce dalla scuola ricordandosi solo due nomi di italiani, scelti entrambi per ragioni politico-religiose: Dante e Manzoni. Che, ovviamente, non sono "geni". Gli italiani non riescono a identificarsi, a trarre forza, dall'italianità di Leonardo, di Verdi, di Michelangelo, di Galileo, di tanti grandissimi geni di cui non conoscono neanche il nome. E' per questo che non abbiamo un'identità vera, un'appartenenza vera. Gli italiani soffrono di una debolezza di appartenenza perché la loro storia politica è manchevole e, bene o male, lo sanno. Però perdere l'identità culturale ci distruggerebbe del tutto, perché quella politica continuiamo a non averla.

GBG
Fai esempi di geni per lo più parecchio lontani: abbiamo anche Fermi, Marconi, Pirandello, è vero, ma quale popolo non ha geni recenti? Insomma, mi sembra che il nostro vanto culturale debba fermarsi al Cinquecento: mi può fare piacere, ma francamente non riesco a sentirmi né orgoglioso né tantomeno partecipe di quella genialità.

IM
Visto che abbiamo avuto alcuni dei geni assoluti e universali di tutta la storia della specie, ci possiamo infischiare di quelli "minori"? I geni assoluti sono rarissimi: difficilmente ci sarà un altro Galileo, un altro Leonardo, un altro Mozart, un altro Einstein nel giro di mille anni. Ma, anche se si escludono i geni assoluti, tutta la storia degli italiani è contrassegnata da innumerevoli geni in tutti i campi. Non si possono neanche elencare, perfino in quel Seicento e in quel Settecento di cui si suole tacere. Biologia, chimica, fisica, letteratura, scultura, pittura, architettura, musica sono talmente contraddistinte dal genio italiano che noi - come accade per tutto ciò che è ovvio - neanche ce ne accorgiamo. Dici che non ce ne sono, di geni recenti? Perfino nelle epoche più vicine a noi e socialmente più derelitte, funestate da dittature e da guerre, da Pirandello a Marconi, da Puccini al gruppetto di via Panisperna, a Mascagni, a Eduardo, ce ne sono stati. Ma noi siamo pronti, come sempre, a negare a loro e a noi qualsiasi dignità, a distruggerci, a dedicare monumenti, strade, scuole, ospedali a miserevoli ometti - ai vari Togliatti e Pertini di turno - dei quali ci dichiariamo umili adoratori, servi osannanti, felici di piegarci davanti al potere.

GBG
Ma gli italiani, più degli altri popoli, sono certi di essere i migliori al mondo, i più intelligenti, i più creativi. Forse lo siamo stati in certe epoche, di sicuro non ora.

IM
In realtà gli italiani pensano di essere più furbi degli altri, quindi non rivendicano un vero valore. Pensano che, pur essendo deboli, se la cavano. "Io speriamo che me la cavo" è il loro motto. Il libro omonimo ha avuto tanto successo perché gli italiani ci si sono riconosciuti, con la loro solita finzione, perché lo diceva un bambino. Quindi partono da una debolezza: riconoscono di essere deboli, politicamente, davanti agli altri, ma sempre in modo implicito, rifugiandosi nella finzione del non-detto.

GBG
Per i più la furbizia non è un semplice valore, è lo strumento indispensabile per vivere: dipende dal fatto che abbiamo sempre dovuto guardarci da chi ci governava, non abbiamo mai potuto avere fiducia.

IM
Perciò il furbo è colui che è riuscito a sopravvivere al potere più coercitivo che sia mai esistito, ma che non è mai stato neanche definito come una dittatura. E' difficile dire a tutto il mondo - che si inchina davanti al papato - "Guardate che noi siamo stati sempre oppressi dai papi, e continuiamo a essere oppressi, anche se dobbiamo fare finta di non esserlo". Da ciò la furbizia degli italiani, la furbizia di Arlecchino servo di due padroni: chi è debole di fronte al potente ha una sola strada per salvarsi, quella di imbrogliarlo.

Per l'italiano però c'è potente e potente: chi ha il potere politico è stato più fortunato, oppure c'è nato, oppure è stato più furbo. Ma nel grande divo, nel grande cantante, nel grande sportivo - di cui si innamorano - apprezzano le doti di per sé... Non si sente dire che Coppi o la Magnani erano furbi.

La dannazione degli italiani è la loro storia politica. Solo di Mussolini non hanno pensato che era un "furbo", e si sono fidati con i risultati che sappiamo.

Il dramma di chi arriva al potere - vale per Mussolini come per tutti gli altri - è che lungo il cammino perde il principio di realtà, perché deve dimostrare a se stesso che è capace di spingere gli uomini alla morte. Da Clinton che vuole governare "il Mondo" ai nostri miseri Craxi o De Mita fino a Wojtyla, il problema è sempre lo stesso: si convincono che siamo i sudditi, siamo il loro corpo, e che non devono preoccuparsi di altro se non aumentare il loro potere.

Siccome il meccanismo di chi arriva ad avere un vero potere è sempre questo, e lo dovremmo sapere, la colpa è di chi sta sotto e li incoraggia su questa strada, invece di trattenerli. Noi oggi ci troviamo di fronte agli stessi meccanismi, anche se sembrano più mediocri, più modesti di quelli di Napoleone, di Hitler o di Mussolini. E se ci inchiniamo alla democrazia - che non ci fornisce strumenti per ribellarci ai detentori del potere - compiamo lo stesso errore. 

GBG
E' affascinante sentirti sviluppare gli argomenti nelle direzioni più diverse, secondo il tuo sistema e la tua logica, ma dobbiamo tornare all'Europa.

IM
Gli italiani non ci guadagnano nulla dall'Unione Europea, anche perché non sono disposti a riconoscere qualità agli altri popoli se non si sentono un pochino più sicuri. Anzi, si difendono sempre dalle qualità degli altri perché ne temono gli aspetti negativi: i francesi si vantano della loro cultura, il marco ci schiaccia, e così via. Gli italiani sono disposti a riconoscere qualche virtù solo agli americani, prima di tutto perché stanno lontano, poi perché conservano l'immagine dei salvatori, soprattutto agli occhi di quelli che hanno vissuto il momento terribile della guerra; infine perché gli italiani credono che gli americani siano facili da raggirare: "Sono ricchi, bonaccioni, bambinoni, che ci vuole a mettersi d'accordo con un americano?" Riecco la furbizia. Ma con gli europei si svilupperebbero conflittualità, aggressività paurose. Bisogna retrocedere sulla strada dell'Europa, e lo devono fare tutti i popoli, non solo noi. Naturalmente i nostri uomini politici non ne avranno mai il coraggio, anche perché l'Europa rafforza il loro potere: è stato indicativo, in questo senso, il modo in cui il presidente della repubblica, il capo del governo, i partiti, hanno grottescamente enfatizzato il famoso "turno italiano di presidenza europea" - finché faceva loro comodo - per poi dimenticarselo di colpo?). 

GBG
Continuo a credere che possiamo solo guadagnare da una maggiore vicinanza con i popoli dell'Europa protestante e ricca.

IM
Forse, ma non è possibile l'unione! Se un popolo è un Io, un individuo. E un individuo è tale, intanto, come organismo biologico. E' questa unicità biologica che provoca il rigetto nei trapianti di organi: è la difesa fondamentale dell'individuo, riconosce tutto ciò che non gli appartiene e impedisce "invasioni". Si tratta dello strumento più intelligente creato dalla natura per la fondazione della varietà delle specie e dei singoli organismi. La medicina sta tentando di vincere queste difese, per poter effettuare i trapianti, ma annientare il processo di riconoscimento biologico comporta rischi terribili, sui quali nessuno ancora si azzarda a fare previsioni. Come a un certo punto non saremo più individui, e neanche "specie", lo stesso accadrà per i popoli.

GBG
Dai per scontato che le caratteristiche dei popoli siano già formate, e che quindi dobbiamo andare avanti così, ognuno sulla propria strada. Ma i popoli sono recentissimi: francesi, tedeschi, italiani hanno al massimo mille anni, millecinque. Tu dici che la specie sta per scomparire ma - se così non fosse - i popoli hanno di fronte a sé decine di migliaia di anni. Dunque è come se dicessi a un bambino di sei anni: "Visto che sei analfabeta, devi rimanerlo per sempre."

IM
Anche se per popolo si intende un gruppo ben configurato, che ha alle spalle mille anni, la sua storia culturale è molto più vecchia. Noi, per esempio, abbiamo tutta la storia di Roma. Gli ebrei, a giudicare dall'Antico Testamento, hanno per lo meno dieci o dodicimila anni, e prima ancora chissà quanti ne avevano. E' la storia culturale che forma un popolo, non l'immediatezza stabile di un territorio o di un gruppo. Altrimenti noi dovremmo dire che siamo nati col 1870.

GBG
Dodicimila anni sono comunque pochi, in rapporto a un futuro molto lungo. E poi: nel senso che dici tu, allora negli Stati Uniti non c'è un popolo, mentre è il popolo che si sente più "Io".

IM
Franz Boas ha insegnato a studiare le culture "dal punto di vista dell'indigeno", ossia con i significati vissuti e percepiti dall'interno. Gli Stati Uniti, dal punto di vista della storia, certamente non sono un popolo. Però dal punto di vista dell'indigeno, ossia da come si sentono loro, lo sono. Perché loro si sentono popolo e a noi sembra che non lo siano? La risposta è semplice: gli americani hanno un fortissimo senso di appartenenza perché sanno bene di essersi conquistati la loro terra, ed è una conquista recente, un ricordo ancora vivo; ma hanno alle spalle anche una storia culturale - inglese, francese, spagnola - complicatissima e importantissima. Così usufruiscono sia della forza di un gruppo giovanissimo sia di quella del passato culturale europeo. Nessuno dunque può essere più sicuro di sé degli americani.

Nel suo ultimo discorso alla Nazione Clinton ha detto: "Dobbiamo rimanere i migliori del mondo." Forse noi avremmo un po' di scrupolo, ci sembrerebbe per lo meno poco delicato, dirlo al mondo... ma loro lo fanno con assoluta semplicità. E si sforzano davvero di esserlo, si "sacrificano" nella veste di salvatori pur di conservarsi fedeli all'immagine di "migliore".

GBG
L'Unione Europea ci aiuta a migliorare la nostra legislazione, imponendoci degli accordi, stimolando leggi: per esempio sulla sicurezza nel lavoro, sulle molestie sessuali, persino sui calciatori stranieri...

IM 
In generale le normative comuni sono pericolose perché impediscono la libertà di cercare, quindi di trovare qualcosa di meglio. Le nostre norme per la sicurezza sul lavoro, ad esempio, sono carenti soltanto per colpa dei nostri politici e dei nostri sindacati. E di conseguenza, come al solito, per la passività degli italiani, che sarebbero sicuramente in grado di capire da sé quali sono i migliori sistemi di sicurezza. Non conviene davvero imbarcarsi per l'Europa solo per ottenere una normativa, è sufficiente che siano gli italiani a combattere per averla.

E' pericolosissima, invece, una normativa comune sul piano dei valori, si tratti del comportamento sessuale o di qualsiasi altro. L'uguaglianza di significati e di costumi annienta la specie umana. Non è possibile essere sicuri che la normativa sulle molestie sessuali sia la migliore: la storia, ancora più dell'antropologia, ci insegna che quel che ci sembrava giusto ieri, non ci sembra giusto oggi. Domani probabilmente ci accorgeremo (io me ne accorgo già adesso) che il concetto di molestie sessuali è di per sé terribilmente ambiguo. Fare una normativa simile per tutti impedirà però - per un tempo molto più lungo - di ripensarla e cambiarla. Ma soprattutto il rapporto fra i sessi non può mai essere fisso e uguale per tutti, dato che è vissuto psicologicamente in base ai costumi culturali. Una legge che lo regoli è di per sé non soltanto sbagliata, ma anche coercitiva: un'espressione tipica del potere. Su questa strada saremo sottoposti ad una dittatura mondiale, contro la quale nessun individuo libero avrà più speranza di poter far sentire la sua voce.

Quanto ai calciatori stranieri, in questo caso la violenza del potere è talmente gratuita da rivelare meglio che in qualsiasi altra occasione il suo vero volto: dominare i sudditi proprio là dove potrebbero sfuggirgli, nelle passioni apparentemente irrazionali, in un gioco che invece è metafora di battaglia e di vittoria, dunque del potere stesso. Per questo gli italiani hanno investito nel calcio molto più che gli altri popoli: per la loro particolare debolezza di fronte al potere.

GBG
Allora diciamo che ci conviene stare in Europa perché l'Europa ha politici migliori, più efficienti, dei nostri.

IM
Tutti i Poteri riuniti nel Parlamento europeo hanno interesse a unificare il corpo dei sudditi perché è più facile dominarlo. Con l'Europa gli italiani portano su di sé il peso del raddoppio dei governanti.

GBG
Parliamo di individui, allora. Io mi sento molto più simile e molto più vicino a un radicale inglese o a uno storico tedesco piuttosto che a qualsiasi signore di Belluno o di Lecce.

IM
L'uguaglianza fra tutti gli uomini è un concetto meta-fisico - un valore mentale, etico - perché in realtà siamo tutti diversi. Allo stesso modo anche il senso dell'appartenenza all'italianità è meta-fisico, perché siamo tutti diversi gli uni dagli altri. Io, per esempio, mi posso sentire più simile a un tedesco perché amo la musica classica e una forma di pensiero analitico, ma questo non toglie nulla al fatto che appartengo al popolo italiano. E' ovviamente un errore pensare di dover difendere tutto quello che è italiano.

GBG
Portando alle estreme conseguenze il tuo discorso, dovremmo arrivare a proporre lo Stato dell'Etruria, la Repubblica di Venezia ecc., oltre alla Padania di Bossi.

IM
Sicuramente questo è un problema enorme. Bisogna riconoscere che Bossi, ponendolo in maniera così violenta, così grossolana, ha compiuto una delle opere più importanti per spingere in avanti sia un individuo sia un gruppo: ha avuto la forza, il coraggio - forse la sprovvedutezza - di rompere l'ovvio. In Italia non si poteva parlare male di Garibaldi, adesso si può parlare male di Garibaldi. E siccome non si poteva parlare male di Garibaldi perché avevamo paura della fragilità dell'unità italiana, lo scossone dato da Bossi è servito a rafforzarla invece che a indebolirla.

Non sappiamo se la secessione è possibile ma sarebbe un errore madornale per il nord, oltre che per il resto dell'Italia. Non possiamo soffermarci su questo argomento perché ci porterebbe troppo lontano, però dire "il nord" o "la Padania", come fa Bossi, è sbagliato: le regioni dell'alta Italia non sono una unità: se non forse sul piano economico, ma l'economia non è sufficiente a fondare un popolo. Il nord ha alle sue spalle l'enorme complessità e ricchezza che contraddistingue la storia di tutto il Paese, una storia che lo differenzia, lo frammenta, ma nello stesso tempo lo unisce. Come sarebbe possibile, perciò, fingere che la cultura bizantina di Venezia, l'arte, la lingua, l'essenzialità estetica dello spirito di Mantova appartengano a una regione, a una città italiana più che a un'altra? In Italia le differenze sono innumerevoli, ma si mantengono vitali soltanto lasciando che si intersechino, che si incontrino e si scontrino, che assumano forma in rapporto l'una all'altra. Il nord, se perde l'Italia, perde la sua storia, come del resto il centro e il sud.

La realizzazione effettiva delle autonomie locali, perciò, sarebbe un riconoscimento della situazione di fatto e di conseguenza sicuramente un bene, in base alla logica che obbliga la specie umana a seguire il principio di realtà. In Italia le differenze fra i singoli gruppi, le lingue, i dialetti, le appartenenze storiche, le abitudini alimentari e addirittura gli orari quotidiani, sono profondissimi, e tanto vale riconoscerle. Il che non significa, però, ritornare indietro al Granducato di Toscana. Non distruggerebbe l'Italia, anzi la aiuterebbe, un federalismo da studiare bene nella sua organizzazione concreta, e non lasciato, al solito, all'incultura sbrigativa dei politici. Lo stato centrale dovrebbe garantire forti autonomie locali e economiche, dando quindi ai singoli gruppi la possibilità di svilupparsi creativamente nell'ambito della propria storia.

GBG
Insisto: portando alle conseguenze estreme il tuo discorso sulle diversità culturali e sul fatto che un popolo non è tale solo perché si è unito politicamente, dovresti essere favorevole a uno Stato indipendente della Sicilia e a uno Stato indipendente della Sardegna: perché quelle sono veramente culture che hanno un'identità millenaria, molto più diversa da quella "italiana" dei liguri o dei toscani.

IM
E' vero, ed è infatti uno dei problemi che vanno studiati di più. Credo che sarebbe meglio per tutti se la Sicilia e la Sardegna fossero Stati indipendenti. Ma qui vogliamo solo dare degli input su problemi da studiare a fondo, nelle rispettive competenze e con il massimo della obiettività scientifica.

GBG
Tornando all'internazionalismo, la diffusione del turismo - se non servirà a unire i popoli, a renderli più simili - per forza di cose li aiuterà a capirsi.

IM
Che gli italiani viaggino è un bene; che ricevano tanti turisti invece è pericoloso. E' una delle cose che danneggia maggiormente il senso civico degli italiani: il turismo non aiuta né a imparare a lavorare, né a imparare un senso civico personale, la propria identità, la propria appartenenza. Il turismo è utile a chi già possiede queste caratteristiche ma, viceversa, porta gli italiani ad aggravare i loro difetti: per esempio, a non considerarlo un lavoro. In molte località di villeggiatura il turismo è vivo soltanto due o tre mesi all'anno, col risultato che gli abitanti pretendono di campare su quello che hanno guadagnato in quei mesi e caricano eccessivamente i prezzi. Il turista quindi diventa il pollo da spennare con furbizia: e la furbizia non fa aumentare né il rispetto per se stessi né per l'altro, oltre che diventare un ennesimo sistema per non lavorare... Gli italiani non amano lavorare perché sono stati sempre oppressi, così opprimono il turista per non lavorare.

GBG
D'altra parte gli italiani che vanno all'estero tornano con la convinzione, sbagliata, che l'Italia sia il posto migliore del mondo. Non solo il più bello ma spesso anche il migliore.

IM
Agli italiani non piacciono l'organizzazione, la disciplina, il rigore degli orari che quasi sempre caratterizzano gli altri Paesi dell'occidente. Sono tutte cose che considerano negative, oppressive, perché manifestazioni di quel potere loro nemico, cui non sanno opporsi se non con la furbizia. Pensano: siamo furbi perché abbiamo fregato il padrone, il prete, l'"altro". Tutti. 
 

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